In questi giorni al lavoro abbiamo poco da fare. Tra una telefonata e l'altra resta un sacco di tempo, e per non annoiarmi leggo e scrivo. Ieri ho letto questo. E poi ho pensato. Non sono del tutto d'accordo, con quello che c'è scritto. Sottointende che chi non ha una cultura sicuramente non ha gli strumenti necessari per andare dalla parte giusta, per essere una brava persona, e per possedere un'etica.
Non lo so. Insomma, la cultura è una bella cosa, per chi se la può permettere e per chi deve faticare per ottenerla. Su questo non ci piove. Però sono convinta che oltre alla cultura faccia molto l'individuo. Abbiamo una serie di esempi illustri di uomini decisamente colti che allo stesso tempo sono persone decisamente infrequentabili. Mi viene in mente il solito Dell'Utri, che non solo è un uomo che ha studiato, ma promuove la cultura attraverso una fondazione che gestisce a Milano la Biblioteca di via Senato, una delle migliori biblioteche che si trovano sul territorio (le altre due sono la Sormani, un luogo da incubo per chiunque voglia trovare qualcosa in giornata, e la Nazionale Braidense, che è una specie di gioiello, con tanto di arredamento antico). Ecco, Dell'Utri sicuramente sa leggere e scrivere, e ha dalla sua delle letture notevoli. Questo non gli impedisce di essere Dell'Utri.
C'è un altro motivo per cui non mi sento di condividere il panegirico della cultura come panacea dei mali dell'animo umano. Ed è un motivo che fa parte della mia storia personale. Avevo finito di scriverlo proprio al lavoro, tra una telefonata e l'altra, due giorni fa. Lo riporto integralmente, magari sistemando qualche refuso. Mancheranno le correzioni fatte a penna, che fanno tanto vissuto sui quadernetti a righe da battaglia che mi porto in tasca o nello zaino, ma con l'uso di word ho rinunciato all'imperfezione della parola scritta a penna e al suo fascino... Quindi va bene così.
A proposito. Ho cominciato dagli ultimi fatti di cronaca e ho finito un po' più indietro. Meglio avvertire.
"Fini va a dire davanti agli spettatori italiani che bruciare la bandiera di Israele per dimostrazione contro uno Stato che non rispetta la Palestina è molto più grave che ammazzare un ragazzo che non ti offre una sigaretta. Poco importa che chi ti massacra di botte tra una richiesta di sigarette e l'altra abbia passato i suoi anni migliori a farsi imbottire il cervello con l'ideologia nazi-fascista, prendendone tutto il peggio.
Bruciare una bandiera conta comunque più di un morto.
Però non era di questo, che volevo parlare.
Sarà dal 14 aprile che ripenso a mio nonno.
Il 12 maggio sono 14 anni dalla sua morte.
Mio nonno era un uomo ignorante. Nel senso che ignorava un sacco di cose.
Aveva la quinta elementare, il massimo consentito per i figli del popolo nati nel 1908 che come unica possibilità nella vita avevano il lavoro, un lavoro pesante, sporco e magari poco retribuito. Le scuole fino a 14 anni se l'era inventate il ministro Gentile nel 1923, e al limite mio nonno poteva fare l'avviamento. Ma era nato troppo presto. Quando il Duce marciava su Roma aveva appena compiuto 14 anni.
Così, aveva fatto quello che doveva: lavorare.
Non ho mai capito come ci fosse arrivato al socialismo, mio nonno. Però è probabile che ci sia arrivato sul lavoro. O in famiglia. Erano 5 fratelli. Degli altri non so nulla. Non conosco nemmeno le tendenze politiche del mio bisnonno. A casa mia si davano poche informazioni sui parenti morti. Quelle essenziali.
Per esempio si sapeva che il nonno non ha mai voluto la tessera del Partito (l'unico ammesso), nemmeno quando si è sposato.
Questo ha creato una serie di problemi interni.
Tipo: mia nonna, altra lavoratrice con senso pratico, non era troppo contenta. Perché chi aveva la tessera del partito lo lasciavano in pace.
Il nonno non l'ha voluta, e se l'è presa in saccoccia.
Come si è preso in saccoccia pure la Guerra d'Africa.
E' tornato ferito dal fronte, non so se nel '40 o nel '41. Sulle date ho sempre fatto confusione.
Per certo so che dall'Africa si era portato un anellino d'argento lavorato, che mi sono tenuta io dopo la sua morte. Non mi risulta che abbia un significato particolare, pare che non se lo sia messo nessuna donna speciale in famiglia. Casa mia non è di quelle dove le donne sono speciali.
Tutt'altro. Mio nonno era un classico uomo d'altri tempi, che stravedeva per il nipote maschio e non voleva una figlia dottoressa. A dire il vero, mi sa che tutta la famiglia non voleva donne dottoresse. E infatti mia madre per l'avviamento ha dovuto fare i salti mortali.
Ecco, mio nonno era così. Un uomo dei suoi tempi, non particolarmente colto, con una famiglia povera, senza tessera del partito quando tutti ce l'avevano. Non faceva proclami e non stampava volantini sovversivi. E l'8 settembre, il Duce l'ha sfanculato pure lui, scusate il francesismo. Perché va bene tutto, ma arriva un limite, per uno che il fascismo non l'ha sopportato dalla prima ora.
Quando la guerra è finita, ha ripreso la sua vita, e ha ricominciato a lavorate. Faceva l'operaio all'ATM (Azienda Tramviaria Milanese). Era meccanico. Nel '68, mentre in Italia le università facevano la loro rivoluzione culturale, mio nonno andava in pensione, senza essersi preso niente di più e niente di meno di quello che gli spettava.
Quando sono nata lui e la nonna abitavano in una casa di ringhiera in via Rasori. All'epoca le case di ringhiera non erano state ristrutturate e rivendute a chi aveva un sacco di soldi. Erano case dei poveri, con i bagni in comune.
Qualche anno dopo è andato in via Ricciarelli, nelle case popolari. Salotto e camera da letto, e la cucina grande quanto un ripostiglio.
Però il bagno era in casa.
Si incontrava ancora con gli ex-colleghi, e chi lavorava ancora gli diceva che se n'era andato in tempo. Mai saputo perché. Però a me questa cosa mi ha sempre fatto ridere.
Nel 1994 il governo Berlusconi era su da poco più di un mese, quando il nonno è morto. Anche lì ha fatto in tempo.
Si è risparmiato 14 anni di Nano, ed è stato un bene. Perché lo avrebbe mal sopportato, come mal sopportava Craxi.
E poi, aveva 86 anni,ed era solo da 5. Probabilmente era anche un po' stanco.
Questa è a grandi linee la storia di mio nonno, o almeno quella che conosco io.
Ci penso da tre settimane. E più ci penso e meno capisco.
Mio nonno era ignorante, povero, e di libri non ne aveva letti chissà quanti. Era pure lombardo, viveva a metà tra Milano e Como, Brianza.
Eppure lui, quando Mussolini ha marciato su Roma, non ci ha messo poi tanto, ad arrivarci..."
