(è un sfogo, è piuttosto lungo e ho la sensazione che ci siano dei refusi. Ma è venuto così. Da domani torno a fare la rompipalle solita...)
Pare che si sia offesa perché c'è in corso una campagna mediatica contro Berlusconi.
Ora, forse non ha tutti i torti: il Parlamento italiano, lungi dall'essere un luogo dove esiste la politica, è diventato il luogo preferito di individui di ogni specie. Ci sono personaggi di dubbia moralità in tutti i banchi parlamentari, e almeno 18 hanno qualche pendenza penale. Tra i senatori ce n'è addirittura uno che ha subito una condanna per associazione mafiosa e che dovrebbe essere interdetto dai pubblici uffici. Capisco che l'interdizione possa essere temporanea, ma io uno che è stato condannato per associazione mafiosa non lo vedrei proprio bene in nessun momento della sua vita, in Parlamento. Prevenire è meglio che curare...
Ci sono altresì individui che sono dichiaratamente entrati in politica per evitare di finire in galera per debiti. A detta loro, e di nessun altro.
E questi individui, da quando sono entrati in politica, si sono fatti leggi ad personam per cancellare reati un tempo previsti dal codice penale. O per evitare processi. Sono arrivati addidittura a garantirsi l'impunità per sè stessi e per le altre più alte cariche dello Stato, per ricordare a noi comuni cittadini che la legge è uguale per tutti, fuorché per loro.
Questi stessi individui hanno trasformato progressivamente un Parlamento già fin troppo provato da una Prima Repubblica dove si è assistito alle peggiori nefandezze, non ultime le conseguenze disastrose dell'inchiesta conosciuta come Tangentopoli.
Ecco, io vorrei che il Ministro delle Pari Opportunità, se la mente glielo consente, tornasse a 17 anni fa, quando si cominciava a dire a voce alta che l'usanza di ottenere favori pagati con tangenti non era propriamente simpatica. Io avevo 17 anni, ma me lo ricordo. Mi ricordo un moto di indignazione in una Milano che arivava da un ventennio di governi socialisti e che era passata dal ruolo di Capitale Morale d'Italia, mantenuto fino agli anni '70, anche, purtroppo, per la dignità con cui aveva sopportato una serie di colpi inferti da organizzazioni eversive di destra o sinistra, al ruolo di Milano da Bere, dove tutto era concesso, bastava conoscere un socialista. Oppure bastava pagare un socialista, era pressoché la stessa cosa. E questo non lo so perché è scritto sui giornali.
Lo so perché in quegli anni mio padre lavorava come geometra, cui ogni tanto questi favori venivano chiesti, e che lui puntualmente rifiutava, perhcé i favori richiesti spesso riguardavano il chiudere un occhio su norme di sicurezza troppo onerose.
Chiaro che il rifiuto di mio padre non fermava nessuno, perché per uno che opponeva un netto rifiuto a certe richieste ce n'erano venti disposti a chiudere non solo gli occhi: si turavano anche il naso e tutti gli orifizi disponibili.
Per questo motivo, quando mio padre, rimasto a casa dal suo posto di lavoro dopo 29 anni, con due figli alle elementari e con un'età che impediva di trovare un lavoro da dipendente (aveva 53 anni, quando io ne compivo 10... se oggi è difficile trovare un posto a questa età allora era un'impresa disperata) cercò di lavorare come libero professionista, per poter raggiungere l'età pensionabile, a casa mia si fece la fame.
Perché lui non accettava lavori dove si chiudevano occhi.
E il bello è che già allora esisteva questa mentalità che trattava da cretini gli onesti. Si viveva nell'illusione che tanto nessuno ti avrebbe mai beccato, quindi chi te lo faceva fare di rimanere nella legge?
Bene. 17 anni fa qualcosa sembrò cambiare.
Se lo scordano tutti, sempre. Ma 17 anni fa l'Italia subì due scossoni forti. Uno di ordine morale. Perché Tangentopoli fu l'ultimo rigurgito di dignità delle persone per bene.
Purtroppo da Tangentopoli scaturì anche un'ammirazione insana verso la Lega Nord, che dalle mie parti a qualcuno sembrò l'unica alternativa al malgoverno di Roma e dei partiti così come li avevamo conosciuti fino a quel momento.
Si voleva qualcosa di nuovo non colluso con il passato. Giusto, per carità. Però molte persone che con la Lega non avevano nulla da spartire si lasciarono contagiare dall'idea del voto di protesta, facendo il gioco di quelli che nella Lega hanno visto da subito, da sempre, il modo migliore per vedere rappresentati i loro interessi micragnosi. La Lega era altrettanto eversiva dei gruppi extraparlamnetari degli anni '70, e lo è tuttora.
Attaccava manifesti che invitavano a non pagare le tasse, ed è istigazione a delinquere. Propagava idee xenofobe che sfociavano nel razzismo verso gli immigrati del sud, che adesso hanno completamente dimenticato questo particolare, perché gli immigrati sono diventati clandestini.
Parlava di Roma Ladrona, lasciando intendere ai suoi elettori che disobbedire a Roma era lecito. Roma, nell'accezione leghista, è intesa come il Potere Centrale.
E soprattutto, purtroppo per noi, cavalcò l'inchiesta Tangentopoli come se Tonino Di Pietro fosse una sua invenzione.
Ce n'era abbastanza per convincere gente stufa da anni a votare una massa di ignoranti decerebrati.
Il secondo colpo che subì il Paese nel 1992 fu la strage di Capaci. Seguita a due mesi di distanza dalla strage di Via D'Amelio.
La mafia colpiva di nuovo con una potenza devastante, e con una risonanza a livello nazionale che risvegliò altre coscienze.
Me ne ricordo bene: ero a scuola, quando esplose la bomba di Capaci.
Nonostante non avessi ancora una precisa coscienza politica e soprattutto individuale (a 17 anni che cazzo di coscienza si può avere? Bisogna essere sul serio persone eccezionali, per sapere chi si è, a 17 anni... Oppure bisognava vivere negli anni di Piombo, e io ero figlia di quella merda che oggi viene denominata come 'favolosi anni '80', il decennio più vuoto che si possa immaginare, culminato nel crollo del Muro di Berlino e dell'influenza sovietica sull'Europa dell'Est... che a prima vista sembrò un bene, ma si portò dietro il crollo totale di una serie di valori difficili da ricostruire...) ero indignata.
Ebbi un moto di schifo nei confronti di uno Stato che non riusciva (poi seppi che non voleva) proteggere i suoi rappresentanti nemmeno all'interno del territorio nazionale.
All'epoca poi ero pure ingenua, e credo che molta parte della mia generaizone rimase un po' ingenua.
Ero seriamente convinta che ci fosse un modo per contrastare lo schifo. Che le persone in fondo hanno bisogno di buoni esempi, per credere che esistano anche altri modi di vivere.
Credevo persino che votare servisse a qualcosa, e che la scelta di rappresentanti di un certo tipo significasse qualcosa. Soprattutto credevo che contassero ancora certi valori, evidentemente fuori moda negli anni '80.
Poi arrivarono le elezioni del 1994.
Non mi sono mai sognata di votare per Berlusconi. Nemmeno la prima volta. Berlusconi rappresentava qualcosa che non mi apparteneva. Lo dico senza cattiveria, ma oggettivamente non riuscivo a provare simpatia per un uomo che sapevo (perché me l'aveva raccontato papà, che lo conosceva dai tempi della EdilNord) essere in grado di costruire un intero paese in una zona non edificabile come era il cono d'ombra dell'aeroporto di Linate. Per me c'era qualcosa che non tornava, e non mi tornava nemmeno il fatto che un uomo con tre televisioni, proprietario di una casa editrice, cercasse di entrare in politica.
I motivi per cui tutto questo non poteva tornarmi li scoprii molto tempo dopo.
Sapevo con certezza che dietro Berlusconi c'erano cose e persone che non incontravano la mia simpatia.
E poi era ricco, troppo ricco per poter governare senza preoccuparsi dei suoi interessi personali...
Io ero attratta da chi stava dalla parte del popolo, anche solo per tradizione. Così me ne andai spontaneamente all'estremo opposto.
Non me ne sono mai pentita, anche se negli anni i partiti della parte opposta sono diventati inguardabili.
Quello che conta è sempre e solo l'idea. L'idea che a questo mondo non si potrà mai pensare di essere felici fino a quando non godranno tutti degli stessi identici diritti e fino a quando non verranno abolite le differenze di censo, ceto, razza e via di seguito. Insomma, non ci sarà mai un mondo anche vagamente abitabile fino a quando tutti non godranno delle stesse identiche opportunità, liberi di decidere da soli se buttarle nel cesso o se farle fruttare.
Però la Storia dimostrò che avevo torto.
E lo sta dimostrando costantemente e inequivocabilmente da 15 anni a questa parte.
Addirittura la Storia mi ha dimostrato che i buoni, o quelli che scegli come buoni perché portano avanti un'etica condivisibile, in realtà non sono poi così buoni, e a un certo punto fanno proprie le armi del nemico. Oppure spuntano le loro.
E soprattutto la Storia mi ha dimostrato che la gente, dopo i suoi ultimi rigurgiti di dignità venuti a galla in quel lontanissimo 1992, ha smesso di avere dignità e ha deciso di rinchiudere il cervello nel cellophan.
O forse lo aveva già prima, il cervello nel cellophan, ma io non lo sapevo perché all'epoca non c'era la possibilità di conoscere in tempo reale l'opinione dei miei colleghi italiani. Mancava la diffusione delle idee o della mancanza di idee che ha provocato l'avvento di internet e la possibilità conseguente di aprirsi un blog, un sito, un profilo su un social network.
Mancava una condivisione generale del pensiero.
Forse poi non sarebbe stato un gran male: forse la gente viene trattenuta dal farsi trascinare dai suoi istinti peggiori quando ha paura della reprimenda generalizzata. Purtroppo, perché a trattenere dai peggiori istinti dovrebbe essere l'idea che si sta per commettere un errore. E non davanti al mondo ma davanti alla propria coscienza.
E' un po' il motivo per cui la Chiesa è riuscita a tenere sotto controllo per tanto tempo anime semplici: la paura del castigo divino.
La paura del castigo è un forte deterrente per qualunque azione.
Il castigo ora come ora non esiste più, e tutti sono convinti di poter fare come gli pare, perché tanto tutto è lecito.
Così si arriva a pensare che certi comportamenti non solo sono censurabili: sono anche sacrosanti.
E' così che si arriva a non ritenere più un errore verso sè stessi e tantomeno verso il mondo di fuori la compravendita di poltrone in cambio non più di soldi ma di favori sessuali, o che si comincia a pensare che per ottenere un posto in Parlamento non conta l'avere speso anni e anni lavorando per una carriera politica, dove la carriera politica ha il preciso significato di essere intimamente convinti che si sta servendo il popolo che ti ha votato come suo rappresentante.
Io vorrei tanto sapere dal Ministro delle Pari Opportunità se ci ha mai pensato, a questo particolare. C'è gente convinta che arrivare in Parlamento presupponga un percorso di un certo tipo, che esula dalla visibilità mediatica data dalla partecipazione a programmi televisivi, o dalle conoscenze di questo o quello.
C'è gente convinta che al potere non si arrivi perché il potere è il fine ultimo, ma perché è il mezzo per poter cambiare le cose.
Certo, è una visione utopica. D'altro canto è stata resa utopica da gente che ha governato il Paese in passato e lo governa tuttora senza esserne minimamente degna.
E in questo, la signora Carfagna ha ragione. Non è solo lei, che meriterebbe il pubblico ludibrio, e non è solo il Presidente del Consiglio che, purtroppo per lui, rappresenta un'intera nazione non solo in Italia ma anche all'estero, e che per questo solo motivo dovrebbe essere moralmente irreprensibile (ma abbiamo già capito che la morale, e la legge soprattutto, per il presidente del Consiglio sono secondarie...).
Anche tutti i parlamentari, di qualunque parte politica, dovrebbero meritarlo.
E quando Mara Carfagna si permette di lamentarsi perché viene trattata con disprezzo in quanto donna, bisognerebbe risponderle in coro che viene trattata con disprezzo semplicemente perché occupa un posto che non le compete per i motivi sbagliati, e che è un'incompetente.
E questi sono motivi decisamente unisex.